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a cura di   Francesco Russo

Mario Gangi

La Chitarra a Roma

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Con tre termini sintetizzerei la sua poetica: semplicità, apertura, rigore. La semplicità è la chiave di lettura con la quale ha affrontato la vita, i concerti, le composizioni, i rapporti umani. Nei suoi racconti sovente fa riferimento a semplici e piccoli piaceri “trasteverini” come gli incontri amichevoli, spesso sfociati in cenette nei tipici ristorantini romani, con le più grandi personalità musicali del Novecento quali Stravinskij, Rota, Petrassi, Castelnuovo-Tedesco, Morricone e con quest’ultimo non di rado, tra una discussione musicale e l’altra, si parlava della squadra del cuore. Apertura verso tutti i generi musicali; così descrive il suo rapporto con la musica leggera: “…è splendido. Ho suonato anche la chitarra elettrica in vari complessi, con Canfora, Con Simonetti, con Pisano, con Gatti. Ho una bella Gibson. Ho partecipato a varie registrazioni di musica jazz, Franco Cerri ne sa qualcosa”. Lamenta una pericolosa chiusura del mondo chitarristico su se stesso: “Il guaio è che i chitarristi vivono al di fuori del mondo musicale”, vanno esclusivamente ai concerti per chitarra, parlano e si influenzano tra loro e per questo sono soggetti a mode più o meno durature. Il suo quindi è un atteggiamento di totale apertura sia verso altri generi musicali, sia verso il mondo musicale classico. Il suo interesse per altri generi è un’eredità paterna mentre l’apertura verso tutto il mondo musicale colto è attribuibile all’approfondimento dell’armonia, del contrappunto e del contrabbasso; così si esprime a proposito: “Sono infatti diplomato in contrabbasso, strumento che ho suonato per nove anni in orchestra; ancora oggi ringrazio il cielo di aver potuto fare quella esperienza poiché mi aiuta a mantenere la mente distaccata dalle piccole preoccupazioni tipiche del chitarrista”. Tale “distacco” dalle attività esclusivamente chitarristiche venne spesso interpretato come dissacrante dal quel mondo della chitarra che aveva come modello la ritualità segoviana. Questo atteggiamento “disinvolto” non ci deve trarre in inganno in quanto si mostrerà persona estremamente rigorosa in tutte le attività svolte; nei concerti e in queste parole traspare la grande professionalità: “Per fare la musica contemporanea ci vogliono mesi di studio. Per esempio, quando suonai a Napoli con direttore Caracciolo il Concierto del Sur di Ponce ho studiato per un mese, mentre per il concerto Ode super Chrysea Phorminx di Roman Vlad, con la prima corda accordata in fa, ci ho messo tre mesi”. Rigore nella didattica, come si può vedere dal livello raggiunto dai suoi allievi, rigore nelle numerosissime pubblicazioni e incisioni.

 

                                      foto tratta da CHITARRE classica n. 1

 

Oltre al concerto al quale ho assistito, ho visto Gangi in altre due circostanze. Adolescente, mi recai dal Maestro presso il Conservatorio di S. Cecilia grazie a mia madre che era riuscita  a prendere un appuntamento per farmi ascoltare: mi presentai con un chitarrone folk e un metodo da lui definito “l’unico che non dovrebbe stare nella biblioteca di un chitarrista”: dalla faccia che fece compresi subito che ero lontano dal sapere cosa fosse la chitarra classica e me lo fece capire con estremo garbo ma con decisione. I miei studi musicali proseguirono con Bruno Battisti D’Amario e rividi Gangi dopo diversi anni nella commissione d’esame di quinto anno ritrovando la stessa cordialità e disponibilità che aveva mostrato nel precedente incontro.

Nel tentativo di narrare gli aspetti salienti del musicista romano mi sono reso conto del grande materiale che sempre più numeroso viene alla luce e mi auguro pertanto che questo sintetico lavoro possa servire da spunto per ulteriori approfondimenti. “Il tempo è galantuomo, ci onorerà e li onorerà (gli allievi - n.d.r.) nel futuro”.

Alle ore 18:15 del 15 febbraio 2010 è venuto a mancare il nostro amato “Professore d’orchestra che suona la chitarra” (titolo da lui prediletto). Sua moglie in primis e le persone a lui care gli sono state vicine nell’ultimo periodo della sua meravigliosa vita. La morte per un grande artista del suo livello è solamente un dato anagrafico in quanto abbiamo la certezza che tutto ciò che ha realizzato rimarrà per sempre: lo ringraziamo per il bene che ha fatto al nostro strumento e alla musica tutta.

 

Francesco Russo

 

 

 

 

 

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