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Casella di testo: Speciali

Empedocle 70 - Come è nato il suo interesse per la chitarra?

 

Guido Fichtner - Avevo 10 anni e mi capitò di vedere in televisione Josè Feliciano, un cantante non vedente che andava forte negli anni sessanta. Questi cantava accompagnandosi con una chitarra e spesso fra una strofa e l’altra staccava dei soli con la chitarra. Fui folgorato; per me fino a quel momento la chitarra era solo zum-zum col plettro e purtroppo, per la mia timidezza, cantando! Esternai la mia voglia di suonare ma rigorosamente senza cantare. A Natale mi arrivò una bella chitarra arancione e mia madre mi volle cercare un insegnante. Il caso (oggi lo chiamo destino) fu che un mio compagno di classe andava a lezione da un signore che abitava a 500 metri da casa mia e mi fece avere il numero di telefono. Si chiamava Mauro Storti.

 

Lei si è diplomato col Maestro Mauro Storti? Che ricordi ha del periodo del Conservatorio e dell’insegnamento ricevuto dal Maestro Storti?

 

Sono stato per quasi tutta la mia infanzia un allievo privato di Mauro Storti. Un po’ per la vicinanza con la sua abitazione e viceversa per la lontananza dal Conservatorio dove egli insegnava (Piacenza). Inoltre per altre mie passioni sportive (ero in agonismo di ginnastica artistica), la chitarra rimase per me un hobby fin verso i 17 anni. Solo allora cominciai a fare musica sul serio e solo dopo il liceo fui preso dall’idea di poter fare il musicista come scelta di vita. Iniziai allora a frequentare il Conservatorio ma ero già grande e sbrigai in fretta i miei studi ufficiali. La mia esperienza di studente si svolse per lo più all’interno delle mura domestiche di casa Storti. Oggi non posso non rendermi conto della fortuna che ebbi nel cominciare fin dalla prima lezione con lui. Passo dopo passo riuscì a portarmi dalla prima nota in tocco appoggiato sulla prima corda ad un diploma da 10 e lode. Oggi, conoscendo il percorso ad ostacoli (spesso con tanti e non sempre buoni insegnanti) di molti dei miei allievi e dei miei colleghi, devo ringraziare la buona stella che mi ha regalato molti anni di precisa ed entusiastica guida didattica, senza scossoni né patemi. All’inizio non fui un allievo brillantissimo e sono certo che il mio studio per molti anni non ripagò il lavoro del Maestro (me lo ricorda spesso lui) che tuttavia ebbe molto fiuto ad individuare le mie qualità e molta pazienza ad attendere che i semi che piantava dessero frutti. Alla fine la vinse e la musica divenne per me una passione cocente. Gli sono molto grato. Oggi la consapevolezza di questo esempio mi aiuta a non giudicare in maniera frettolosa quegli studenti che, seppur dotati, faticano ad ingranare come ogni docente vorrebbe. Insomma: “se son rose fioriranno”. Storti con me fu un insegnante pieno di energia, di entusiasmo, capace di far amare la musica di qualunque periodo storico, di sistemare qualunque difficoltà tecnica con un esercizio specifico (era giovanissimo pure lui e non aveva ancora pubblicato quasi nulla), a volte solo con una semplice correzione o un consiglio. Mi parlava con chiarezza senza usare giri di parole, senza filosofare, ma stimolando continuamente la mia attenzione a leggere le informazioni musicale nascoste fra le note e soprattutto mettendo le mie mani in condizione di risolvere qualunque problema tecnico. Insomma, mi diede una preparazione di altissima qualità. In seguito rielaborai alcuni di quegli insegnamenti ma senza dimenticarne mai l’origine; del resto questa è la sola strada per crescere e fa parte della natura stessa della vita.

 

Dopo il diploma lei si è recato in Francia e ha studiato diplomandosi a Parigi con Alberto Ponce, cosa ha trovato di diverso in Francia rispetto al Conservatorio italiano e come si è trovato con Ponce?

 

Correva l’anno 1984 e in Francia in quegli anni si badava molto alla musica ma un po’ meno alla tecnica, col risultato che tanti buoni musicisti arrancavano sulla chitarra. Noi italiani venivamo considerati più preparati strumentalmente e quindi potemmo più facilmente sfruttare il grande insegnamento musicale di  Alberto Ponce. Parlo al plurale perché non ero l’unico italiano che seguiva il Maestro. A fianco a me c’era gente del calibro di Claudio Marcotulli, Walter Zanetti, Maurizio Norrito, Monica Paolini, Arturo Tallini, Sandro Torlontano, Stefano Palamidessi e molti altri coi quali ho condiviso corsi bellissimi, passioni, speranze, emozioni, il tutto condito con un sacco di musica e una montagna di lavoro. Conobbi Ponce quando, senza averlo mai sentito nominare, comprai un disco che conteneva brani di Manuel Ponce (tra cui il Tema variato e finale e la Sonatina meridional) e, fra altri, il Tiento di Ohana e l’Homenaje di De Falla. Ascoltarlo mi diede una scossa e, su indicazioni di Storti che ben lo conosceva, mi misi a cercarlo. A Parigi mi riempì di stimoli con una musicalità travolgente e una sensibilità fuori dal comune. Egli è in grado di tirare fuori il meglio di ogni studente che gli si siede di fronte. Ha nello stesso tempo un ineguagliabile capacità di comunicare, di comprendere la parte migliore della musica e di noi stessi attraverso la musica, di trovare il modo di farla emergere, sempre nel rispetto dello spartito e della personalità dell’allievo. Mi ha aperto grandi finestre di pensiero nella testa e nel cuore. Sono molto grato anche a lui.

 

Le sue incisioni discografiche sembrano prediligere registrazioni monografiche su autori specifici, come mai questa scelta? Si tratta di specifiche richieste delle case discografiche o è una sua precisa scelta di repertorio? 

 

Non prediligo affatto le registrazioni monografiche, mi piacerebbe fare anche dell’altro. La musica classica occupa una parte piuttosto piccola del grande mercato discografico e quello della chitarra una parte ancora più di nicchia. Le etichette più famose producono più volentieri opere di un solo autore perché più facilmente collocabili in ambito di vendita. In alcuni casi il cd diventa una specie di archivio digitale delle opere dei compositori, più che un vero momento di confronto artistico. E quindi è più facile che un produttore sia attratto dall’integrale delle sonate di Paganini piuttosto che da un recital di brani che vanno da Roncalli a Berio. Inoltre sulla musica contemporanea il produttore paga una forte tassa alla SIAE mentre sulle opere dei compositori del passato, no. C’è una profonda crisi economica e la musica certo ne risente più di altre attività, per cui è facile rispondere alla domanda. Non mi va di spendere soldi per incidere ciò che veramente vorrei e quindi… mi adeguo cercando di affrontare, almeno, lavori interessanti.

 

Lei sembra prediligere un particolare repertorio, c’è un autore in particolare che esalta in modo specifico il suo modo di suonare e con cui si trova di più a suo agio?

 

Non credo che dalla mia discografia si evinca quale sia il mio repertorio preferito. Per rispondere direi senz’altro Tarrega e i grandi chitarristi del primo Novecento: Llobet (anche con le sue trascrizioni di Albeniz e Granados), Pujol, Barrios. Credo di esprimermi bene anche suonando Villa-Lobos e certa musica contemporanea. Adoro Bach ma non sono ancora soddisfatto di come lo suono.

 

 

I suoi due dischi solisti sono dedicati a due autori particolari come Tarrega e Paganini, come mai queste scelte? Come si è trovato nel rapporto con le case discografiche eco e Dynamic? Come si sono svolte le registrazioni dei dischi e quanto tempo le è stato necessario?

 

Il Cd di Tarrega faceva parte di un progetto di registrazione della sua opera integrale risalente alla fine degli anni novanta. Il progetto, partito con grande entusiasmo mio e dell’editore della Eco, strada facendo perse un po’ di forza. Ciò avvenne un po’ per la qualità non eccelsa di parte della musica che dovevo affrontare (quando si parla di integrale bisogna suonare proprio tutto), un po’ perché altri lavori ne hanno rallentato il  cammino (ma prima o poi lo riprenderò). Uno di questi è stato proprio quello di Paganini. La Dynamic, che da anni sta raccogliendo tutto il possibile materiale di Paganini in vista di un mega cofanetto contenente tutta la sua produzione, mi chiese di incidere la parte relativa alle opere per chitarra sola. Le 37 Sonate sono state pubblicate in un doppio cd nel 2008 e a breve uscirà un altro cd in cui ho registrato le restanti opere. Per le registrazioni mi affido sempre, e sempre mi sono affidato, a Rino Trasi che, oltre ad essere un amico carissimo, compagno di studi e di suonate (da giovani vincemmo il Concorso di Mondovì!)  compositore e grande musicista, è uno dei migliori e più richiesti tecnici di registrazione in circolazione. Le incisioni sono state sempre fatte in ambienti naturali con piccole correzioni in studio. Per Tarrega mi è bastata una settimana di sedute più qualche tempo per lo studio, mentre per Paganini mi ci sono voluti quasi sei mesi di sedute a singhiozzo. Il materiale era abbondante e quindi l’ho dovuto affrontare a piccole dosi. Quando un certo numero di sonate erano pronte, le andavamo a registrare.

 

 

 

  Guido

 

   Fichtner

 

Casella di testo:            Intervista di  Empedocle 70

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