Mahler

 

Breve analisi della scrittura mahleriana per mandolino e chitarra

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a cura di   Antonio Amodeo

Casella di testo: Casella di testo: Sulla scrittura chitarristica impiegata da Mahler la cosa più degna di nota sulla quale vale la pena di riflettere è il suo carattere estremamente blando e minimale. Se da una parte questo atteggiamento nei confronti della chitarra potrebbe essere dovuto all’intenzione del compositore di mantenere un clima soffuso e rilassato per creare il quale si avvale di una orchestrazione che complessivamente deve essere pulita e leggera, dall’altra, essa si presenta talmente scarna e pressoché priva di qualsiasi difficoltà tecnica, che induce il chitarrista a riflettere soprattutto considerando il fatto che, in un contesto cameristico, una scrittura del genere rende ancora più ardua l’udibilità di questo strumento.
A mio avviso è da scartare l’ipotesi secondo la quale  non esistendo all’epoca una scuola chitarristica ed essendo considerata uno strumento praticamente per dilettanti, Mahler abbia preferito scrivere una parte eseguibile da qualunque musicista in grado di “strimpellarla”. Analizzando la parte un po’ più a fondo, è possibile invece cogliere diversi segnali che manifestano una sorta di diffidenza, quasi “timidezza compositiva” che evidentemente è la conseguenza di una conoscenza alquanto superficiale dello strumento. Un indicatore emerge fin dalle prime battute: un accordo di fa maggiore composto solamente da tre note ovvero basso, terza maggiore e quinta giusta. Anche se formalmente questo è sufficiente a dare un senso all’accordo, esso risulta chitarristicamente di scarso impatto, infatti nella pratica consueta, le note all’interno di un accordo vengono spesso raddoppiate senza troppi complimenti allo scopo di dare più consistenza sonora all’accompagnamento. Raramente il chitarrista che accompagna si limita alle tre note fondamentali dell’accordo, a volte nemmeno quando suona in duo; inoltre anche nel resto del brano, la  chitarra non esegue mai accordi con più di tre note e questo di certo non giova all’udibilità già scarsa di uno strumento che deve farsi sentire all’interno di un’orchestra da camera.
Un ulteriore elemento che non passa inosservato è il fatto che la chitarra anche quando accompagna non arpeggia mai se non con estrema timidezza alle battute 278, 279 e 344, ma se c’è uno stile di accompagnamento tipicamente chitarristico, che ne mette in luce con maggiore efficacia le peculiarità timbriche, è proprio l’arpeggio. Il fatto che Mahler nel momento in cui utilizza la chitarra per l’accompagnamento non impieghi praticamente mai arpeggi o accordi che ne sfruttino tutta la sonorità, ovvero due espedienti tipici dell’accompagnamento chitarristico, certo non depone a favore di una conoscenza mediamente approfondita dello strumento e della sua prassi esecutiva. Vi sono inoltre momenti di maggiore tensione dinamica all’interno del brano, come ad esempio le battute 330-333, in cui l’orchestra suona fortissimo; in questi momenti la chitarra è presente, ma deve suonare addirittura soltanto una nota! Questo annulla ogni possibilità per la chitarra di essere udita nel modo più assoluto in mezzo a tutti gli altri strumenti e rende vano qualunque sforzo da parte del chitarrista di farsi sentire anche da se stesso.
Il fatto più macroscopico però, avviene alle battute 320 e 321 dove una parte semplicissima, consistente in ottave ribattute, viene scritta in chiave di basso. Come si può notare, l’estensione dell’intervallo arriva fino al Do, un’altezza che la chitarra non ha mai avuto nessun problema a raggiungere; a tal proposito la notazione in chiave di basso, proposta da Mahler, evidenzia un’ incertezza da parte del compositore sul fatto che il chitarrista possa avere qualche problema a leggere una nota di questa altezza affidandosi alla consueta notazione in chiave di violino. Questa scrittura in un certo senso andrebbe corretta poiché la chitarra, comunque sia la scrittura, legge sempre e solo in chiave di violino tranne particolarissimi casi in cui capita di leggere in entrambe le chiavi contemporaneamente (vedi ad esempio il “Nocturnal” di B. Britten o il secondo tempo del “Concerto di Aranjuez”  di Rodrigo).
Tutti questi elementi ci fanno chiaramente pensare che Mahler probabilmente non abbia mai incontrato ed esaminato una parte scritta originariamente per chitarra e che quindi, avendo un rapporto così lontano con questo strumento e sentendosi forse un po’ impacciato, abbia preferito mantenere un atteggiamento molto prudente anche per evitare di cadere nel classico errore dei compositori non chitarristi di scrivere cose tecnicamente ineseguibili. Appare chiaro quindi che un brano del genere non possa essere annoverato come un brano del repertorio chitarristico, poiché una tale scrittura non può che indurre qualsiasi chitarrista a pensare che la chitarra qui sia considerata unicamente uno strumento di colore, per quanto questo colore sia di vitale importanza per la resa complessiva del pezzo.   

Sulla scrittura mandolinistica ci sono meno osservazioni da fare dal momento che col mandolino Mahler si dimostra già più disinvolto, probabilmente anche grazie al fatto che esso ha l’identica tessitura del violino. In questo caso la parte è certamente più articolata di quella chitarristica pur non presentando particolari difficoltà tecniche né per la mano destra né per la sinistra. Mahler  utilizza il mandolino sfruttando anche alcune sue peculiarità idiomatiche che ne valorizzano la sonorità, come l’uso del già citato “tremolato” e il fatto di farlo suonare anche nella regione sovra-acuta. Anche se che in alcuni punti di particolare intensità dinamica, come ad esempio la battuta 329 della Nachtmusik, si potrebbe pensare che l’uso di bicordi potesse risultare più efficace ai fini della potenza sonora, una scrittura strumentale essenzialmente melodica ha comunque in questo caso una resa indiscutibile. Bisogna però dire che è molto più difficile scrivere per chitarra che non per mandolino soprattutto se si tratta di due strumenti che il compositore non conosce approfonditamente; la chitarra infatti è uno strumento spiccatamente polifonico che pur avendo una tessitura più larga e completa che arriva a comprendere zone gravi e sovra-acute, ha un manico molto più grosso che non consente le stesse “aperture digitali” del mandolino, soprattutto pensando alla realizzazione degli accordi. Inoltre i due timbri sono piuttosto diversi e Mahler probabilmente aveva presente di più quello del mandolino, già inserito in alcuni importanti brani di musica operistica.
Non ci si deve stupire più di tanto dunque se Mahler dimostra più dimestichezza nel cimentarsi con uno strumento come il mandolino, nonostante l’evidente distanza musicale e culturale che separa il compositore dal repertorio di questo strumento.







   

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