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Sandro Volta

IMPORTANZA STORICA E ARTISTICA DEL PRIMITIVO CANTO ANDALUSO CHIAMATO “CANTE JONDO”

           di Federico Garcia Lorca

 

 

 

(Conferenza letta nel “Centro artistico” di Granada il 19 febbraio 1922)

 (prima parte)

 

                                                a cura di Sandro Volta

Casella di testo: Dintorni

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Questa sera vi siete riuniti nel salone del Centro Artistico per udire la mia umile, ma sincera parola, e io vorrei che questa fosse luminosa e profonda perché arrivasse a convincervi della meravigliosa verità artistica che racchiude il primitivo canto andaluso, chiamato cante jondo.

 

Il gruppo di intellettuali e amici entusiasti che patrocina l'idea del concorso, non fa altro che dare la voce d'allarme. Signori, l'anima musicale del popolo è in gravissimo pericolo! Il tesoro artistico di tutta una razza, va camminando verso l’oblio! Si può dire che ogni giorno che passa, cade una foglia dell'ammirevole albero lirico andaluso, i vecchi si portano nel sepolcro i tesori inapprezzabili delle passate generazioni, e la valanga rozza e stupida dei couplés, intorbidisce il delizioso ambiente popolare di tutta la Spagna.

 

E’ un'opera patriottica e degna quella che si pretende realizzare; è un'opera di salvataggio, un'opera di cordialità e amore.

 

Tutti avete sentito parlare del cante jondo e, sicuramente, avete una idea più o meno esatta di esso..; ma è quasi sicuro che a quanti non iniziati nella sua trascendenza storica e artistica, evoca delle cose immorali, la taverna, i bagordi,  i balli da caffè, il ridicolo lamento, il folklore alla spagnola insomma!, e bisogna evitare per Andalusia, per il nostro spirito millenario e per il nostro particolarissimo cuore, che questo accada.

 

Non è possibile che i canti più emozionanti e profondi della nostra misteriosa anima, siano trattati  da sporchi canti da osteria; non è possibile che il filo che ci unisce con l'Oriente impenetrabile, vogliano legarlo al manico della chitarra festaiola; non è possibile che la parte più diamantina del nostro canto, vogliano sporcarla con il vino scuro dei duri di periferia.

 

E' arrivata, dunque, l'ora in cui le voci dei musicisti, poeti e artisti spagnoli, si uniscano, per istinto di conservazione, per definire ed esaltare le chiare bellezze e suggestioni di questi canti.

 

Unire, dunque, all'idea patriottica e artistica di questo concorso la visione lamentabile del cantaor con il capotasto e le coplas caricaturesche del cimitero, indica una totale incomprensione, e una totale ignoranza di quanto si progetta. Nel leggere l'annuncio della festa, ogni uomo sensato, non al   corrente della questione, chiederà: Cos'è il cante jondo?

 

Prima di andare avanti bisogna fare una distinzione essenziale fra cante jondo e cante flamenco, distinzione essenziale per quanto riguarda l'antichità,  la struttura,  lo spirito delle canzoni.

 

Si da il nome di cante jondo a un gruppo di canzoni andaluse, il cui tipo genuino e perfetto è la siguiriya gitana, dalla quale derivano altre canzoni ancora conservate dal popolo, come los polos, martinetes, carceleras y soleares. Le coplas chiamate malaguenas, granadinas, rondenas, peteneras, etc.. non possono che essere considerate  una conseguenza delle anteriormente citate e,  sia per architettura che per ritmo, differiscono delle altre. Queste sono le chiamate flamenche.

 

Il gran maestro Manuel de Falla, autentica gloria di Spagna e anima di questo concorso, crede che la cana e la playera, oggi scomparse quasi completamente, abbiano nel suo primitivo stile la stessa composizione della siguiriya e le sue gemelle, e crede che suddette canzoni fossero, in tempi non lontani, semplici variazioni della citata canzone. Testi relativamente recenti, gli fanno supporre che la cana e la playera occupassero nel primo terzo del secolo scorso, il posto che oggi assegniamo alla siguiriya gitana. Estebanez Calderon, nelle sue bellissime “Scene andaluse”, fa notare come la cana sia il tronco primitivo dei cantari, che conservano la loro filiazione araba e moresca, e osserva, con la sua peculiare acutezza, come la parola cana si differenzi poco da gannis, che in arabo significa canto.

 

Le differenze essenziali fra il cante jondo e  il flamenco, consistono nell'origine del primo, che bisogna cercare nei primitivi sistemi musicali dell'India, cioè, nelle prime manifestazioni del canto, mentre il secondo, conseguenza del primo, può dirsi che prenda la sua forma definitiva nel secolo XVIII.

 

Il primo, è un canto tinto dal colore misterioso delle prime età; il secondo, è un canto relativamente moderno, il cui interesse emozionale scompare davanti al primo. Colore spirituale e colore locale, ecco qui la profonda differenza.

 

Vale a dire, il cante jondo, avvicinandosi ai primitivi sistemi musicali dell'India, è appena un vagito, è un'emissione  più alta o più bassa della voce, è una meravigliosa ondulazione vocale, che rompe le celle sonore della nostra scala temperata, che non ci sta nel  pentagramma rigido e freddo della nostra musica attuale e apre in mille petali i fiore ermetici dei semitoni.

 

Il canto flamenco, non procede per ondulazione, ma per salti; come nella nostra musica ha un ritmo sicuro e nacque secoli dopo che Guido d'Arezzo avesse dato un nome alle note.

 

Il cante jondo si avvicina al trillo degli uccelli, al canto del gallo e alle musiche naturali del bosco e la sorgente.

 

E’, quindi, un rarissimo esempio di canto primitivo, il più vecchio di tutta Europa, che porta nelle sue note la nuda e struggente emozione delle prime razze orientali.

 

Il maestro Falla, che ha studiato profondamente la questione e dal quale mi sono documentato, afferma che la siguiriya gitana è la canzone tipo del gruppo cante jondo e dichiara con fermezza che è l'unico canto che nel nostro continente abbia conservato in tutta la sua purezza, sia nella sua composizione, sia nel suo stile, le qualità intrinseche del canto primitivo dei popoli orientali.

 

Prima di conoscere le affermazioni del maestro, la siguiriya gitana aveva evocato in me (inguaribile lirico) un cammino senza fine, un cammino senza crocevia, che finiva nella sorgente palpitante della poesia “bambina”, il cammino dove morì il primo uccello e si riempì di ruggine la prima freccia.

 

La siguiriya gitana, comincia con un urlo terribile, un urlo che divide il paesaggio in due emisferi ideali. E' l'urlo delle generazioni morte, l'acuta elegia dei secoli scomparsi, è la patetica evocazione dell'amore sotto altre lune e altri venti.

 

Dopo, la frase melodica va aprendo il mistero dei toni e scoprendo la pietra preziosa del pianto,  lacrima sonora sul fiume della voce. Ma nessun andaluso può resistere all'emozione del brivido, ascoltando quel grido, ne’ nessun canto regionale può essere paragonabile in grandezza poetica e poche volte, pochissime volte, riesce lo spirito umano a plasmare opere di così tanta naturalezza.

 

Nessuno pensi per questo, però  che la siguiriya e le sue varianti siano semplicemente dei canti trapiantati da Oriente a Occidente. No. “Si tratta, al più, (dice Manuel de Falla), di un inserto, o meglio ancora, di una coincidenza di origini che, certamente, non si è presentata in un solo e determinato momento, ma che ubbidisce all'accumulazione di fatti storici secolari sviluppati nella nostra penisola”, e questa è la ragione per la quale, il canto peculiare dell'Andalusia, che per i suoi elementi essenziali coincide con quelli di un popolo così geograficamente lontano dal nostro, racchiude in se un carattere intimo così proprio, così nazionale, che lo rende inconfondibile.

 

I fatti storici a cui fa riferimento Falla, di enorme sproporzione e che tanto hanno influito nei canti, sono tre.

 

L'adozione da parte della Chiesa spagnola del canto liturgico, l'invasione saracena e l'arrivo in Spagna di numerose bande di gitani. Sono queste genti misteriose ed erranti che danno la forma definitiva al cante jondo.

 

Lo dimostra il qualificativo di “gitana” che conserva la siguiriya e lo straordinario uso dei loro  vocaboli nei testi delle canzoni.

 

Questo non vuole dire, naturalmente, che questo canto sia puramente loro,  visto che pur esistendo gitani in tutta Europa e in altre regioni della nostra penisola, questi canti sono solo coltivati dai nostri.

 

Si tratta di un canto puramente andaluso, che già esisteva in embrione in questa regione prima ancora che vi arrivassero i gitani.

 

Le coincidenze che il grande  maestro nota fra gli elementi essenziali del cante jondo e quelli che si trovano  in alcuni canti dell'India sono:

 

“L'enarmonia come mezzo modulante; l'uso di un ambito melodico così richiuso, che rare volte trapassa i limiti di una sesta, e l'uso reiterato e ossessivo di una stessa nota, procedimento proprio di certe formule d'incantesimo, e anche di quei recitativi che potremmo chiamare preistorici,  fanno supporre a molti che il canto sia anteriore al linguaggio”.

 

In questo modo arriva il cante jondo, e specialmente la siguiriya, a darci l'impressione di una prosa cantata, distruggendo ogni sensazione di ritmo metrico, anche se in verità  i suoi testi letterari sono terzetti e quartetti assonanti.

 

“Anche se la melodia gitana è ricca di giri ornamentali, in questa -così come nei canti dell'India- si usano soltanto in determinati momenti, come estensioni o impulsi suggeriti dalla forza emotiva del testo, e bisogna considerarli, secondo Manuel de Falla, come ampie inflessioni vocali, più che come giri di ornamentazione, anche se prendono l'aspetto di quest'ultimi all'essere tradotti dagli intervalli geometrici della scala temperata”

 

Si può affermare definitivamente, che nel cante jondo, allo stesso modo che nei canti del cuore dell'Asia, la gamma musicale è conseguenza diretta di quella che potremmo chiamare gamma orale.

 

                                                                                                                   Continua...

 

Cante Jondo

 

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