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Al giorno d’oggi diamo quasi per scontato che una chitarra classica di costruzione artigianale, così come un oggetto ligneo di pregio, siano stati con buona probabilità verniciati e lucidati utilizzando gommalacca stesa con la tecnica “a tampone”. Ma sebbene l’arrivo in occidente della gommalacca, materiale di origine curiosamente ibrida prodotto da un insetto e da un albero, abbia una sua storia lunga e complessa, la verniciatura a tampone è una tecnica relativamente recente: probabilmente risale a non più di due secoli fa. Troviamo le prime notizie certe sulla gommalacca in antichi testi indiani risalenti a millenni or sono, Atharva Veda e Mahabharata; in occidente l’origine della resina dalla quale si ricavava un prezioso pigmento rosso violaceo dagli insetti dal colore rosso vivo, simili a cantaridi, e dagli alberi che li ospitano era stata riportata già nel V secolo a.C.: Ctesia di Cnido, scrittore greco, descrisse la remota India nel suo poema Indika, perduto e pervenutoci attraverso frammenti riportati da altri. Ma l’India era un paese lontano e favoloso, e la storia dell’insetto che sta sui rami e li ricopre di una sostanza resinosa e colorata finì insieme con i racconti che parlavano delle creature favolose e immaginarie che si credeva vivessero laggiù: cinocefali, blemmi e sciapodi. Le navi e le carovane provenienti dall’oriente continuarono per secoli a portare in occidente i loro carichi di preziose materie prime, anche se, con gli sconvolgimenti geopolitici conseguenti alla caduta dell’impero romano d’occidente, si può ipotizzare che ci sia stato un lungo periodo di crisi nei contatti commerciali. Oltre che per ricavarne un colorante rosso per i tessuti, la gommalacca veniva utilizzata anticamente anche come farmaco, e la ritroviamo citata negli antichi testi di Dioscoride, medico greco che operò a Roma nel I secolo dopo cristo. Nessuno parla di vernici alla gommalacca, fino alla fine del ‘500. A partire dal ‘500, con i grandi viaggi patrocinati dalla potenze europee alla ricerca di terre da colonizzare, troviamo nuove informazioni sulla produzione della gommalacca in India e nei territori vicini; ce ne parlano tra gli altri Garcia de Horta, medico del vicerè portoghese delle Indie Orientali, e Ian Huygen van Linschoten, viaggiatore olandese pure al servizio del Portogallo. Garcia de Horta scrisse un trattato sulle piante medicinali provenienti dal’India, Coloquios dos simples (Goa, 1563): in una delle edizioni del trattato, oltre a una descrizione di prima mano dell’origine, è riportata la prima illustrazione raffigurante un rametto incrostato di gommalacca. Linschoten descrisse il suo viaggio in Itinerario, Voyage Ofte Schipvaert (Amsterdam, 1595) ed è tra i primi autori ad accennare all’uso della gommalacca in India come finitura per oggetti lignei, applicata in un modo curioso: veniva stesa su manufatti lavorati al tornio, utilizzandola in bastoncini che venivano strofinati sui pezzi in rotazione fino a farla fondere per il calore generato dall’attrito.
Le prime vernici a alcool, che fanno uso di resine naturali sciolte in alcool etilico, nascono probabilmente in Europa nel ‘500; Tra i primi testi che ne parlano, i Secreti di Alessio Piemontese (probabilmente uno pseudonimo dell’erudito Girolamo Ruscelli) la cui prima edizione risale al 1555, il Compendio di secreti rationali del 1592, di Leonardo Fioravanti, medico bolognese, e il manoscritto Ricette per ogni sorte de colori conservato presso la biblioteca universitaria di Padova, risalente forse agli ultimi anni del XVI secolo. Le ricette nelle quali si incontra la gommalacca - mai da sola, sempre con altre resine - parlano di vernici “all’indiana” o “cinesi”. Lo scopo è quello di imitare la finitura delle lacche cinesi che in quegli anni cominciavano ad arrivare in Europa. La gommalacca non entra minimamente nella preparazione della vera lacca cinese, che è ottenuta dal lattice di una pianta, la Rhus Vernicifera; ma questa sostanza, deperibile e di difficile trasporto, arrivava in Europa con grande difficoltà: così erano molti coloro che sperimentavano metodi per imitarla. Fu proprio uno di questi tentativi che diede origine alla vernice alla gommalacca come la conosciamo oggi.
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Gommalacca Trattati, ricettari, manuali, manoscritti: cosa si sapeva realmente sulla gommalacca? Claudio Canevari |

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A raccontarcelo è Athanasius Kircher, uno dei più importanti uomini di cultura del XVII secolo. Nel 1667 pubblicò ad Amsterdam Cina Monumentis qua sacris qua profanis illustrata, meglio conosciuto come Cina Illustrata, nel quale la Cina è descritta attraverso i racconti dei missionari cattolici. Kircher, gesuita, racconta di aver conosciuto a Roma un agostiniano, Eustachius Jamart, che era in grado di realizzare oggetti molto belli con una tecnica di finitura della quale non rivelava a nessuno il segreto. In punto di morte lo svelò a Kircher: il suo segreto non era altro che semplice gommalacca - la sola parte resinosa, privata del colorante e lasciata decantare per separare cera e impurità - sciolta in spiritus vini, cioè in alcool etilico, e |
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stesa a pennello. Filippo Bonanni, gesuita come Kircher, autore del Gabinetto Armonico pieno d’istromenti sonori (Roma, 1720) ma soprattutto del Trattato sopra la vernice detta comunemente cinese (Roma, 1720), ci illustra come la ricetta di Jamart riportata da Kircher nella Cina Illustrata abbia scatenato in Europa una vera e propria moda per la vernice alla gommalacca, favorita dal dilagante interesse per tutto quanto era cinese o genericamente orientale. Le vernici a solvente (alcool, oli essenziali) furono probabilmente accolte con qualche diffidenza, ma il loro utilizzo rappresentò una vera rivoluzione: la loro essicazione è rapida, a differenza di quanto avviene con le vernici a olio (le sole conosciute fino al XVI secolo) che richiedono tempi lunghi eventualmente coadiuvati dall’esposizione al sole. In Oculus artificialis teledioptricus, un trattato sulla costruzione di strumenti ottici del 1685, Johann Zahn fornisce alcune indicazioni pratiche su come preparare una vernice ad alcool che lasciano intendere quanto si trattasse di una materia abbastanza poco nota. In particolare – e la cosa non può non farci sorridere – Zahn ricorda al lettore che bisogna lavorare lontano da candele e fiamme libere, perché l’alcool prende fuoco facilmente. Dal 1667 in poi la verniciatura a gommalacca conobbe un interesse crescente, anche se non generalizzato: i due grandi trattati francesi sull’arte della verniciatura, L’art du Peintre, Doreur et Vernisseur di J.F. Watin (Parigi, 1773) e il Traité theorique et pratique sur l’art del faire et appliquer le vernis di P.F. Tingry (Ginevra, 1803) le assegnano un ruolo abbastanza marginale e non menzionano minimamente la tecnica a tampone. Tuttavia, è proprio nel trattato di Watin che troviamo una vernice contenente gommalacca grezza, sandracca, mastice, elemi e colofonia destinata esplicitamente a verniciare violini, più volte ripresa da altri autori, tal quale o con qualche modifica, nei decenni successivi. Nel 1807 un numero del periodico Annales des Arts et des Manufactures pubblica una nota su una nuova tecnica di verniciatura introdotta da un ebanista di Vienna e per questo denominata vernis viennois. Il testo descrive dettagliatamente la tecnica di stesura che fa uso, al posto del pennello, di un tampone di tela che viene imbevuto con una vernice di gommalacca ed alcool, la quale non è altro che quella descritta un secolo e mezzo prima nella Cina Illustrata. A buona ragione, questo si può considerare l’atto di nascita della lucidatura a tampone, come la conosciamo ancora oggi. Come era avvenuto per la vernice di Jamart, l’uso del tampone anziché del pennello si diffonde rapidamente e la sua relativa semplicità di esecuzione fanno sì che diventi un’attività non solo riservata a verniciatori e lucidatori di professione ma anche ad amatori, come testimonia la enorme quantità di manuali dedicati a questa tecnica di lucidatura: ancora una volta, si tratta di una vera e propria moda che fa diventare la lucidatura a tampone “la” lucidatura per antonomasia. Un’ultima curiosità: ancor oggi nei paesi di lingua anglosassone la lucidatura a tampone è chiamata French Polishing, sebbene il primo documento che la descrive ne attribuisca l’invenzione a un artigiano viennese; ma, almeno nella fase iniziale della sua diffusione, in ogni paese europeo questa tecnica viene identificata con un nome differente, perlopiù di origine geografica: così, mentre in Germania ci si accontenta tuttora di un neutro Ballenpolitur (tradotto, niente più che “lucidatura a tampone”), altrove l’origine viene attribuita alla provenienze più disparate. Claudio Canevari |
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Liuteria italiana |
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