Mahler

 

Dopo Mahler: cenni sull’uso di chitarra e mandolino nella musica contemporanea.

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a cura di   Antonio Amodeo

Casella di testo: Casella di testo: Con Gustav Mahler e Richard Strauss si chiude, potremmo dire, la stagione del grande sinfonismo europeo; dopo di loro il completo scardinamento dei canoni formali e stilistici tradizionali, a opera delle avanguardie musicali, porta a una riduzione drastica degli organici orchestrali. Il genere sinfonico comunque durante il suo sviluppo, non ha mai dato spazio a strumenti come la chitarra o il mandolino. Non è un caso forse, che il periodo di decadenza di questi due strumenti e della loro letteratura coincida con l’epoca romantica dominata dalla musica per pianoforte e dalla sinfonia, e che, dal momento in cui gli organici orchestrali si riducono a dimensioni pressoché cameristiche, la chitarra e il mandolino cominciano a trovare una loro collocazione, anche se non preponderante, nelle opere dei grandi autori di musica contemporanea: infatti in un ensemble strumentale di proporzioni cameristiche la particolare sonorità e il ridotto volume di questi due strumenti hanno molte più possibilità di essere valorizzati.
Sorprendentemente, l’anello di congiunzione, almeno da punto di vista cronologico, tra un’epoca di totale oblio e un’altra di riscoperta del valore di questi strumenti da parte della musica colta, risulta essere nientemeno che Gustav Mahler; nessun compositore prima di lui infatti aveva mai osato o pensato di inserire la chitarra e il mandolino in una sinfonia. La loro presenza in una sinfonia, per quanto non particolarmente preponderante, è un dato assolutamente nuovo e un fatto acustico certamente spiazzante anche per il pubblico di quei tempi. Questo non deve però essere interpretato a mio avviso come un preciso atto di volontà innovatrice da parte del compositore, quanto piuttosto una conseguenza delle sue esigenze espressive e del suo atteggiamento assolutamente aperto nei confronti della strumentazione.
L’idea che l’utilizzo insolito di questi due strumenti abbia in qualche modo lasciato un segno destinato a non essere dimenticato, la possiamo forse riscontrare nel fatto che compositori immediatamente successivi a Mahler come Schoenberg, Webern e Berg, ovvero tre figure fondamentali della musica contemporanea e grandi ammiratori dello stesso Mahler, utilizzano la chitarra e il mandolino in alcune composizioni. Schoenberg ad esempio, introdusse entrambi gli strumenti nella “Serenade op. 24” del 1925, un lungo brano in sette tempi dove, insieme alla chitarra e il mandolino compaiono due clarinetti, viola e violoncello. Grazie all’impiego di un organico cameristico e non orchestrale, la sonorità di questi due strumenti può essere molto apprezzata e assolve una funzione fondamentale soprattutto quando anche gli altri archi suonano in “pizzicato”. La differenza rispetto all’uso mahleriano della chitarra, oltre che nello stile su cui è incentrata tutta la composizione, è evidente soprattutto nella difficoltà tecnica della parte; quella per chitarra è estremamente convulsa, ritmata, piena di passaggi difficoltosi e non ricorda per nulla la parte minimale, blanda e compassata della Nachtmusik, pur trattandosi sempre di una serenata.
Anche Berg introduce la chitarra nel “Wozzek”, un’opera teatrale sempre del 1925 , mentre Webern nel 1913, impiega il mandolino nei “cinque pezzi per orchestra op.10” dove però l’organico è di fatto ridotto a dimensioni cameristiche. In un brano come questo, caratterizzato dalla frantumazione timbrica e da atmosfere estremamente rarefatte, la sonorità del mandolino si apprezza molto bene nel terzo e nel quarto pezzo, mentre nel primo la presenza dei campanacci fa pensare ancora una volta all’esperienza sinfonica di Mahler.
Per quanto riguarda la chitarra bisogna dire che i primi segnali della sua rinascita come strumento solista, si avranno verso la fine dell’800 grazie a Francisco Tárrega e alla sua scuola; si tratta però di chitarristi-compositori le cui opere sono legate ancora a un’estetica tardo romantica e profondamente filtrata da elementi della musica popolare spagnola. Quindi pur essendo quasi contemporanei di Mahler, sono autori il cui universo compositivo non ha nulla a che vedere con l’esperienza sinfonica dll’autore. Anche la vigorosa opera di Segovia iniziata negli anni ’30, che fu quella decisiva per la rinascita della chitarra in quanto ebbe un respiro internazionale, fu comunque legata alla diffusione di un repertorio certamente non “al passo coi tempi” in quanto comprendeva musica antica, romantica e nazional-popolare spagnola (alla quale appartiene anche il famosissimo “Concerto d’Aranjuez”): il grande chitarrista andaluso infatti non si interessò mai alle recenti istanze della musica contemporanea. Soltanto a partire dalla metà degli anni 50’ la chitarra comincia a interessare compositori di musica contemporanea portatori di un linguaggio più moderno come Petrassi, Maderna e Britten ai quali sono seguiti poi molti altri. Tuttavia ai fini dello sviluppo e della definitiva affermazione della chitarra nella letteratura contemporanea, che vede questo strumento utilizzato principalmente da solo, la “traccia” lasciata da Mahler nella Settima Sinfonia viene considerata un episodio praticamente privo di importanza.
Non altrettanto si può dire del mandolino che invece ha complessivamente avuto un percorso meno discontinuo nel corso dei secoli e ha sempre mantenuto un legame più forte con i grandi nomi della storia della musica, un legame che porta avanti anche dopo Mahler e la dodecafonia. Infatti, oltre a un impulso straordinario arrivato nel ‘900 da un rinnovato repertorio di musica popolare legata anche alla nascita delle orchestre a plettro, non sono mancati contributi da parte dei compositori di musica contemporanea tout-court come Stravinsky, Prokofiev, De Falla, Henze, Chailly.







   

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