E' legato ad un lontano e indimenticabile incontro con Ida Presti, il ricordo di un brevissimo ma significativo dialogo che, da giovane e smarrito autodidatta, ebbi con lei. Studiavo allora su un reputatissimo metodo spagnolo che sosteneva doversi studiare in tocco appoggiato persino il tremolo, e le chiesi se gli arpeggi andassero eseguiti in tocco libero o appoggiato. La risposta, concisa quanto terribilmente vaga, fu: "Dipende!".

Quando dico ad un allievo che in cinque minuti gli trasmetto qualcosa che a me, povero autodidatta, è costato anni di ricerche e sperimentazioni, sembra una battuta, ma è la pura verità. C'è però un rovescio della medaglia: l'allievo che impara qualcosa in pochi minuti, spesso non sa nulla sull'origine, la motivazione, i corollari e le finalità che vi sono sottese e hanno poi determinato la scelta definitiva. E' come se gli venisse presentato un bel  frutto sbucciato e pulito, pronto da gustare. Egli può ignorare o non

voler conoscere il colore, la consistenza e lo spessore della buccia, nè se il rimuoverla è stato facile o difficile, ma una volta divenuto insegnante, si troverà nella maggior parte dei casi sprovveduto quanto a capire se i  frutti che egli porge a sua volta ai propri allievi sono pronti da gustare o ancora da sbucciare e ripulire. Se prenderà a cuore l'insegnamento, non tarderà a scoprire che il campo della chitarra è una delle lande più nude e desolate della didattica strumentale.

Mentre le scuole di violino e pianoforte, ad esempio, dispongono di consolidate metodologie basate su opere didattiche fondamentali come quelle di Ševčik, Flesch, Hanon e Beyer, per la chitarra classica, la cui tecnica ha oltretutto subíto nel Novecento radicali innovazioni causate dal nascere di un repertorio prodotto da compositori non chitarristi, siamo in presenza di una situazione che a volte ricorda l'era delle palafitte: oggi come allora,   per    raggiungere    la dimora    altolocata,              occorre   

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Casella di testo: Il Maestro di Chitarra

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