Casella di testo: Casella di testo: Casella di testo: Casella di testo: Casella di testo: Casella di testo: Casella di testo: Casella di testo: Il Maestro di Chitarra

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   PICCOLO MONDO ANTICO…

 

Fermenti e tormenti del mondo chitarristico italiano

nella prima metà del Novecento. (terza parte)

 

                                                                                              Mauro Storti

 

     Rezio Buscaroli

        (La chitarra, Anno III n.11 – 1936)

 

  Contro il “chiaro di luna” chitarristico

 

 

Mi sono chiesto spesso se lo scarso interesse verso la chitarra dimostrato dai musicisti in genere, non sia dovuto ad un vero e proprio ritardo subito dal nostro strumento e dalla nostra musica rispetto al gusto musicale contemporaneo. Guardiamo ai programmi e agli autori prediletti nelle esecuzioni normali, anche virtuosistiche: si va ancora, generalmente, alla serenata sentimentale, al preludio “arioso”, alla quasi-romanza quando non sia il valzer, la pastorale, la sinfonia d'effetto, il pezzo suddiviso in parti ben distaccate e colorite; il tutto legato a un forte concetto del cantabile, dell'orecchiabile, del “motivo filato” con passione e con le soluzioni ben note di svolgimento in tante battute, di legamenti e di chiuse a lieto fìne.

Naturalmente a tale genere si accompagnano determinate preferenze tecniche ed armoniche. E queste son rimaste alla tessitura principale del motivo fatta dalle corde alte e sottolineato per accompagnamento o per armonia dalle terze e quinte dell'accordo; mentre ai bassi è lasciato il compito di rinforzare codesto accordo e di fare il pieno, dare il volume del suono. Tutto questo ha finora concorso, a mio avviso, a mantenere la chitarra in una atmosfera musicale non alta nè bassa, per se stessa, ma sicuramente dilettantesca, indifferente ai veri problemi musicali quali noi stessi, in fondo, li intendiamo allorchè ascoltiamo una musica moderna.

E' avvenuto così che la chitarra è rimasta completamente assente dagli ultimi movimenti più importanti del gusto musicale. La musica per chitarra non ha tratto alcuna proficua esperienza (non parlo, mi si intenda, di trascrizioni, che queste lasciano sempre il tempo che trovano, ma di esperienze vive del gusto, di sensibilità musicale) dalla profonda riforma wagneriana, ad esempio, o debussyana; o dai caratteri creativi e originali di tanti altri musicisti moderni.

E a proposito della vera melodia e non di quella degli innamorati e dei sentimentalisti, oso dire che neanche è rimasta convincente traccia, nella musica per chitar­ra, del passaggio nel cielo musicale, di quell’astro di prima grandezza che ha no­me Giuseppe Verdi.

Si dirà: se questo non è avvenuto, vuol dire che le tradizioni della chitarra, non lo permettevano. Ma come è mai che quando, nella seconda metà del Settecento e nella prima dell'Ottocento, la chitarra era ammessa nelle corti e nelle sale da concerto d'Europa (vedi Legnani, Giuliani, Carulli, ecc.) era, come cultura e gusto particolare, perfettamente in linea non solo con gli altri strumenti (e tanti compositori la inclusero in trii e quartetti) ma anche con le esperienze musicali più vive e “attuali”?

E mi pare ancora di sentir dire:  ma guai se la chitarra cambiasse arie e repertorio, le sue caratteristiche sarebbero irrimediabilmente compromesse! Codesto ragionamento è proprio di quei musicisti - e sono tanti - che, ponendosi al di fuori delle vere possibilità dello strumento e avendo sempre sentito da chitarristi quelle tali arie e quel tal repertorio, considerano la chitarra strumento da pizzico sul piano del mandolino : interessante, curioso, piacevole!

Eppure quando costoro hanno sentito i concerti di Segovia, in ispecie gli ultimi dati in Italia ne' quali erano incluse alcune musiche di Castelnuovo-Tedesco, sono rimasti meravigliati, increduli. Ammirati sono stati anche - almeno per quanti ne abbia sentiti io - i veri chitarristi che, in quanto veri musicisti, non hanno nell'animo parzialità, ma interesse aperto alla comprensione della poesia, da qualunque parte venga e da qualunque tempo; anche, quindi, del nostro.      

Quelle musiche non vanno considerate, è vero, come la prova provata in assoluto de’ migliori risultati di un nuovo repertorio chitarristico. Ma rimangono pur sempre, e sia pure nelle privilegiate mani di Segovia, un mirabile esperimento per riportare la chitarra sul piano del gusto musicale contemporaneo.

Al motivo “filato” è sostituito quello per incidenze ritmiche e fugato; al basso impiegato come complemento, quello contrastante per successione vivace di timbro, entro la tessitura melodica; all’armonia per vicinanza e integrazione, quella per lontananza e dissociazione di strutture e gruppi di note. Risultato? Qualcosa di palpitante, di vario, di raffinato musicalmente; un interesse sempre sveglio per nuove e im­mediate combinazioni. Ciò dovrebbe costituire materia di alta meditazione da par­te di ognuno di noi che, mettendosi da questo alto punto d'arrivo, dovrebbe ben vedere panoramicamente quanta correttezza, quanta banalità sia ne' tre quarti del nostro comune repertorio.

Dirò di più: che dai cinquecentisti e seicentisti si può d'un balzo giungere a Castelnuovo-Tedesco - se è lecito avvicinare i grandi ai meno grandi - e vedere gli effetti di tutte le intrusioni del “chiaro di luna”, fuori di quella ch'è la linea maestra dello svolgimento musicale italiano. Una gran parte di codesta intrusione va attribuita all'Ottocento spagnolo, col suo caldo colore, col suo effettismo, col suo romanticismo qua e là intinto di accenti orientaleggianti. Tutte cose notevoli, e anche pregevoli, ma come apporto storico e contributo di un popolo e  di una particolare tradizione. Essendosi questa generalizzata, non  ha fatto che calcare nel gusto de' chitarristi quello che è indubbiamente insito nella struttura stessa dello strumento, ma nel senso più banale: il sentimentalismo  cantabile, il “chiaro di luna”, come stato d’animo artistico, appunto! Conclusione? Si deve:

1) creare un vivo movimento per l'ade­guamento del gusto chitarristico al gusto musicale contemporaneo;

2) cominciare con l'includere nel programma di ogni esecuzione di concerto uno o due pezzi moderni;

3) rinnovare il modo di sentire e di avvicinarsi alla bellezza, scrivendo musica moderna; e ogni compositore deve ritenersi, a questo fine, mobilitato.

 

                                                                                                Mauro Storti

 

 

Prima  parte

 

Seconda parte

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