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Visto che hai citato il “nostro” Maestro D’Amario ci puoi descrivere gli anni di studio passati con lui?
Il mio primo approccio con lo strumento è stato da “strimpellatore” e gli studi classici iniziarono in un secondo momento: prima con Agostino Di Biagio (che abitava nel mio palazzo), poi con Francesco De Melis, ora musicologo, e successivamente con Bruno Battisti D’Amario, che, tra le altre cose, era il chitarrista dei miei idoli musicali Ennio Morricone e Fabrizio De André. Svolgevamo le lezioni in una scuola al centro di Roma a ridosso di Piazza Navona. Il clima delle lezioni era sempre cordiale e si era formato un bel gruppo: Piero Asaro, Fabio Refrigeri, Marco Santori, Claudio Scozzafava, Domenico Ascione, Luca Mancini, Marcello Camaiani, Maurizio Tisei, solo per citarne alcuni, tutti rigorosamente presenti, insieme agli allievi del conservatorio di Napoli e a quelli provenienti un po’ da tutte le parti d’Italia, alle storiche tombolate natalizie che il Maestro organizzava a casa sua. Si lavorava seriamente ma le risate non mancavano mai, come quella volta in cui ci imbattemmo nella neoletta Cicciolina al centro di un corteo improvvisato a suo favore. Apprezzavamo tutti in D’Amario quel suo modo di essere sì rigoroso, ma al tempo stesso persona disponibile con cui poter prendere il caffè e parlare di ogni cosa. Per tutti noi è stato sicuramente un solido punto di riferimento e lo dimostrava con l’estrema serietà con cui affrontava gli impegni didattici. Allora non mi rendevo bene conto di come fosse faticosa e logorante la vita del musicista “militante”, per questo oggi apprezzo ancor più quelle lezioni fatte immediatamente a ridosso di importanti impegni musicali: non erano rari i casi in cui veniva a lezione direttamente dall’aeroporto mostrando gli inevitabili segni della stanchezza. Una delle qualità che maggiormente gli riconosco è la sua capacità di far quadrare il pezzo: affinché questo avvenisse curava molti fattori, primo fra tutti la diteggiatura della mano destra nella stessa misura di quella della mano sinistra. Era molto restio a farci suonare Bach perché ritenuto da lui grande sommo da non poter essere compreso se non con una notevole maturità musicale. Tutti noi allievi rimanevamo colpiti dalla sua eccellente lettura a prima vista, frutto, oltre che della grande esperienza, del lungo trascorso da turnista nelle sale d’incisione, importante attività per i musicisti delle generazioni precedenti alla nostra, oggi quasi del tutto scomparsa a causa della computer-music. Ammiravamo anche le sue notevoli doti di improvvisatore, residuo di una militanza in gioventù ad un complesso (prima si chiamavano così); conservo un suo disco in vinile in cui suona il Moto perpetuo di Paganini con la chitarra elettrica: considerando i tempi, credo sia stato veramente un pioniere in quella direzione. Preciso che parlo al passato per il semplice fatto che mi riferisco a periodi abbastanza remoti (anni ottanta). Oltre al Maestro D’Amario ho frequentato dei Mastercourse con altri grandi della chitarra come David Russel, Jorge Cardoso, Oscar Ghiglia, ma non mi sembra lecito per questo considerarmi un loro allievo, pur avendo tratto notevoli vantaggi dai preziosi consigli che mi hanno dato. A tavola con David Russel (Corsendonk 1987)
La didattica che importanza riveste nella tua vita?
Insegnare mi è sempre piaciuto, anche se il pensiero di vederla come mia unica attività crea dentro di me una sorta di inaridimento artistico. Credo che insegnare sia un continuo e proficuo scambio tra allievo-insegnante: può capitare a volte che questo processo di interscambio si inceppi e allora diventa tutto più difficile e bisogna quindi trovare altre strategie. Ogni allievo ha delle chiavi e trovando quella giusta riesci a capirlo e quindi a trasmettergli la passione. Insegnare è in ogni caso la mia principale fonte di sostentamento, come per la quasi totalità dei musicisti attuali, ed ho la fortuna di insegnare nell’Indirizzo Musicale, quindi posso avere un contatto a tu per tu con gli allievi. Rassegna musicale (Guardavalle 2009) - Prove prima di un concerto (Roma 2009) -
Le mie lezioni sono un po’ strane: faccio suonare da Bach ai Pink Floyd, tanto per intenderci, pur essendo molto esigente nella postura e nella tecnica. Insomma anche in questo campo credo che sia importante far suonare un po’ di tutto ma con rigore. Con la musica, e con il nostro strumento in particolare, abbiamo una meravigliosa macchina del tempo e dello spazio con quale possiamo liberamente muoverci in ogni angolo del mondo, in ogni periodo e genere musicale: perché limitare la visione musicale dei giovani chitarristi ad un ristretto spicchio culturale e temporale? La didattica dell’Ottocento e del Novecento si è basata quasi esclusivamente sul repertorio classico romantico di quei 3, 4 autori (Sor, Giuliani, Carulli, ecc.): come possiamo credere che un giovane di oggi possa appassionarsi al nostro strumento se continuiamo a proporgli una visione così ristretta della musica? Non che la musica dell’Ottocento vada cestinata, anzi sono convinto che costituisca ancora oggi l’ossatura tecnica del nostro strumento, ma deve essere proposta nella giusta misura, alternandola sapientemente con le infinite altre realtà del presente e del passato. Noi Maestri dobbiamo competere con i videogame che sono veramente divertenti! Se non offriamo del materiale accattivante come possiamo spingere un adolescente a suonare uno strumento rinunciando al divertimento così immediato che possono offrire queste macchine?
Rimanendo nella sfera didattica, hai qualche “segreto” tecnico?
Avendo avuto grosse difficoltà con la mano destra (probabilmente perché sono prevalentemente un mancino) sono stato sempre alla ricerca di trovate “miracolose”. La prima che mi viene in mente è l’esecuzione della scala (o di qualsiasi melodia) alternando un dito della mano destra (escluso il pollice) con le altre due che suonano simultaneamente lo stesso suono (ad esempio m singolo e i/a simultanei). Faccio un breve esempio chiarificatore nella figura:
Inizialmente risulterà abbastanza difficile far sentire chiaro il suono emesso dalle due dita ma piano piano esse cominceranno ad avere la stessa dinamica e la perfetta sincronizzazione permetterà la corretta emissione del suono che anzi risulterà irrobustito grazie alla sinergia delle due leve. Se ben fatto garantisco grossi miglioramenti per la mano destra. Naturalmente bisogna realizzarlo con le 3 combinazioni possibili (i - m\a, m - i\a, a - i\m) e, successivamente, con le inevitabili variazioni che ognuno di noi saprà trovare. Ovviamente “miracoli” veri non ce ne sono e tutti i risultati che si ottengono sono frutto di impegno e costanza.
I tuoi studi musicali si sono estesi in diversi ambiti musicali oltre a quello chitarristico…
Nella vita e quindi nella musica, ogni esperienza che fai prima o poi torna utile. Ho studiato direzione con i Maestri Lucano Bellini e Nicola Samale e devo dire che i loro insegnamenti mi sono stati di grande utilità dirigendo l’orchestra della Scuola ad Indirizzo Musicale nella quale insegno. Un’altra importante esperienza sono stati gli anni in cui ho preso lezioni di canto insieme a mia moglie Antonella con la Maestra Alba Zurlo Anzellotti.. Per l’Anzellotti l’emissione vocale doveva essere simile alla cordicella che viene tirata per accendere il motore della barca (ignoro il termine specifico). Questa idea l’ho proiettata sul suono del nostro strumento: a pensarci bene quando facciamo vibrare una corda non facciamo altro che metterla in moto. Sempre la Maestra citava spesso una frase di Toscanini: “La vera arte è formata da milioni di piccole cose”; col tempo ho apprezzato il profondo significato di questo concetto. Ho frequentato corsi di musicoterapia con Fabio Trippetti e Giuseppa Pistorio ed ho messo in pratica diversi elementi assimilati per rendere più elastiche le mie lezioni nelle quali spesso rischio di avere un arido approccio da “solfeggiante”. Alcune strategie della musicoterapia le adotto su allievi con disagi. Ho fatto diverse esperienze nel campo della didattica musicale: un corso Biennale di Perfezionamento post lauream svolto all’Univesità di Tor Vergata, un corso in Ungheria sul metodo Kodaly, un altro sulle percussioni con Daniele Vineis, tutti estremamente interessanti e utili. Trovo che fare dei corsi in Italia o all’estero sia un’esperienza alla quale ogni giovane studente di musica non dovrebbe rinunciare: si viene a contatto con altre realtà musicali, si conoscono molte persone interessanti, si rimette in discussione il proprio mondo.
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