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Introduzione |

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A cura di Mauro Storti
Hanno collaborato
· Carlo Carfagna
· Angelo Barricelli
· Claudio Marcotulli
· Guido Fichtner
MP3
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Desidero ringraziare la redazione di ‘Chitarraedintorni.eu’ per avermi offerto l’opportunità di poter dare un mio piccolo contributo in occasione della ricorrenza del centenario della scomparsa di Francisco Tárrega e vorrei inoltre sottolineare che esso intende solo esprimere le mie personali riflessioni e considerazioni sul grande maestro e sulla sua musica, alla luce di anni di studio e delle conoscenze a me tramandate da un discendente diretto della sua scuola quale il maestro Alberto Ponce. Parlare di Francisco Tárrega è un po’ come risalire alle mie origini chitarristiche in quanto opere sue come Recuerdos de la Alhambra, i Preludi, le Mazurche, il Capriccio Arabo ecc…, sono stati i primi brani importanti che ho eseguito dopo pochi mesi di lezioni con il mio primo maestro, Mario Ialenti. Durante le lezioni, egli mi incantava eseguendo questi brani e naturalmente, nei giorni seguenti andavo a comprare gli spartiti per incominciare a studiare quelli più adatti alle mie possibilità; da allora, la musica di Tárrega, unitamente a quella del suo discepolo Emilio Pujol, ha fatto parte delle mie giornate di studio e dei miei programmi da concerto. Penso che Tárrega sia stato una pietra miliare della nostra storia e anche se, come dice il maestro Alberto Ponce, ascoltare la sua musica spiega il suo valore meglio di mille parole, lasciare testimonianze scritte è comunque importante per cercare di ricomporre, pezzettino dopo pezzettino, quel grande puzzle che sono la personalità e la poetica del musicista. Tralasciando gli aspetti biografici, in quanto ritengo assolutamente esaurienti le testimonianze lasciateci (in particolar modo la biografia redatta da Pujol), vorrei invece focalizzare l’attenzione sul suo modo di condurre le lezioni con gli allievi, sulla sua musica, sulla sua importanza e le sue caratteristiche, cercando inoltre di illustrare, secondo il mio punto di vista, l’atteggiamento con il quale un interprete dovrebbe porsi affrontando tale repertorio. Memore delle serate passate con Alberto Ponce il quale a sua volta ricordava le parole di Emilio Pujol, ritengo si possa definire Tárrega un ‘maestro d’altri tempi’ (perdonatemi il gioco di parole), un maestro a 360 gradi, il quale non poteva che lasciare un’impronta fortissima sugli allievi. Le sue lezioni diventavano ‘giornate’ trascorse insieme: ai momenti comuni, in cui tutti affrontavano gli studi tecnici, seguivano quelli dedicati allo studio dell’armonia e della composizione per poi terminare la giornata con gli approfondimenti interpretativi sulle opere che ognuno aveva studiato. In quelle giornate, allievi e maestro erano in una sorta di simbiosi in cui gli allievi ‘assimilavano’ il sapere del maestro facendone tesoro per il loro futuro: il suo carisma, la sua preparazione, la sensibilità nel rispetto delle singole personalità degli allievi, facevano sì che questi restassero affascinati dal loro maestro di chitarra che diventava anche maestro di vita ed un esempio da seguire. Possiamo dunque immaginare quale potesse essere lo stato d’animo di ogni allievo che, alla fine della giornata, ripercorreva e fissava nella memoria i principali concetti appresi e come una formichina tesaurizzava quelle piccole ‘perle’ di sapere, non aspettando altro che arrivasse il giorno seguente per continuare a riempire il granaio della sua conoscenza. Dal punto di vista musicale, anche se ritengo le definizioni sempre eccessivamente riduttive, penso che si possa definire a grandi linee quella di Tárrega, una musica ‘intimista’, nel senso che innanzi tutto le sue opere sono preziose miniature di “corto respiro” (intendo come durata), di carattere sempre molto raccolto, mai violento o volgare, sempre molto garbate e delicate. E’ una musica che riflette onestà e purezza di sentimenti paragonabili alla leggera trasparenza e delicatezza di un merletto, alla fresca purezza dell’acqua di un ruscello di alta montagna. Essa è il riflesso dell’anima del suo generatore, dell’armonia con se stesso e con il mondo; di fronte ad una sua opera, a volte si ha l’impressione di essere dinanzi ad un quadro naïf in cui tutto sembra semplice e scontato, quasi “alla portata di tutti”; spesso proprio questa “apparente facilità” induce a far pensare in un primo momento che la sua sia una musica non degna dell’attenzione e dell’approfondimento che si rivolgerebbero ad altre composizioni, ma così non è! Anzi, è vero il contrario! Il fine dell’interprete deve essere quello di riuscire a restituire la giusta freschezza e vitalità ad opere così “pure”, senza concedersi a virtuosismi gratuiti, senza eccedere nell’imporre la propria personalità, correndo il rischio di schiacciare quella chiara, fresca e semplice gioia di vivere insita nell’opera stessa. Si tratta di un’impresa molto ardua perché porta a ricercare l’essenza della musica stessa. Un interprete dovrebbe riuscire a liberare la propria mente ponendosi dinanzi all’opera con le mani e la tecnica di un adulto ma l’animo di un bambino che scopre per la prima volta la bellezza della vita e della natura, cercando di ottenere un equilibrio perfetto che faccia apparire tutto naturale, anche se risultato di tanto sacrificio e studio. Penso che Tárrega ci abbia lasciato in eredità un messaggio la cui grandezza sta proprio nella sua delicatezza e semplicità; dobbiamo solo avvicinarci ad esso senza presunzione cercando di fare del nostro meglio per restituirlo in tutto il suo splendore ogniqualvolta ci si presenti l’occasione di proporlo in concerto o di insegnarlo ad un allievo. Come dice Emilio Pujol, un interprete deve porsi dinanzi all’opera con l’intento di “servire” la musica nel senso di fare il possibile per “aiutarla ad uscire allo scoperto”, come un fiore che sboccia a primavera, e non “servirsi” di essa a proprio piacimento per ottenere facili consensi. Si potrebbe scendere anche maggiormente nel dettaglio in merito ad alcuni piccoli accorgimenti tecnici da adottare nell’interpretazione delle pagine di Tárrega (movimenti di sinistra, utilizzo di legature e prassi esecutiva dei glissandi, peso della mano destra ecc…) ma non è lo scopo del mio intervento e non vorrei tediare chi avrà la pazienza di leggere queste poche righe. Concludendo, desidero sottolineare quanto io sia convinto che non esiste musica bella e musica brutta, musica facile e musica difficile! Esiste solo la “musica” di cui ci possono essere buone o cattive interpretazioni! E’ molto più difficile emozionare un ascoltatore con un piccolo Preludio di Tárrega che non con una grande Sonata ma questa, ritengo debba essere una sfida per ogni buon musicista! Mi è tornato in mente un pensiero di Pujol del quale cito poche righe molto significative che rafforzano il contenuto delle mie considerazioni e con le quali porgo un cordiale saluto a tutti.
“….la virtuosidad de un interprete para los que entienden de musica, consiste en la interpretacion de un Adagio, porque en ella se une todo lo que una tecnica perfecta puede ofrecer: sonido, intencion musical, seguridad y espiritu."
Claudio Marcotulli
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